Tour del Rajasthan, Agra e Benares

INDIA 2007. Tramite internet abbiamo comprato un pacchetto vacanza da Karni (vedi indiakarni/ oppure viaggioindia). Venti giorni in Rajastan, Agra e Benares (o Varanasi).
Il volo è stato comprato in agenzia a 850 euro, il pacchetto è costato 900 euro a persona.
Alla data di partenza 1 euro= 53 rupie, per il cambio in data odierna clicca qui.
Solo a metà viaggio scopriamo che agosto e settembre sono mesi assolutamente sconsigliati per visitare l’India: stagione delle piogge…
Il seguente diario è stato tenuto giorno per giorno. Per consigli o dettagli sugli alberghi, sulle tappe, sul viaggio o altro contattatemi all’email jonil@email.it.


18/8/2007 giorno 1
Stamattina abbiamo preso il volo delle 710 per Delhi, via Roma - Istanbul.
19/08/2007. giorno 2
Delhi. Ci sono 4 ore e mezzo di fuso orario (avevate mai sentito parlare della mezz’ora?)
Siamo arrivati alle tre in aeroporto, verso le 430 in hotel.
E’ venuto ad accoglierci Raj, il nostro autista, con una simpatica e comoda auto bianca.
Raj è un dipendente di Karni e ci accompagnerà nelle varie tappe, secondo una tabella organizzata sotto nostra indicazione.
La prima impressione di Delhi, è stata quella di una città pulita e ordinata, poi siamo arrivati nella zona abitata, vicino all’hotel e sono apparse le prime case fatiscenti. Mentre mi chiedevo se erano abitate, ho visto un uomo dormire raggomitolato sul sedile posteriore di uno scheletrico risciò.
Il primo di una lunga serie. C’erano uomini dormienti su tutti i marciapiedi, su squallide gradinate, nei tuc tuc, nelle auto.
L’albergo Sing Song non era il massimo, ma accettabile per poche ore di sonno e una doccia. Pulito, buon materasso, colazione essenziale.
Delhi non l’abbiamo vista. Siamo partiti alle 9.00 in direzione Mandawa. Per strada tanti grattacieli in costruzione e costruiti; cantieri di strade e ponti; poca gente e gli occhi che mi si chiudono dal sonno.
Non abbiamo ancora cambiato gli euro.
Abbiamo mangiato in un ristorante arredato con tavoli e sedie uguali a quelli di casa nostra. Un enorme stanzone senza clienti con menù cinese dove per la modica cifra di 10 euro (!) abbiamo preso una bottiglia d’acqua in due e due porzioni di riso, uno vegetale e uno con pollo.
I bagni però erano puliti, a terra dormivano due bimbe di circa uno e due anni, la mamma con piedi nudi e meravigliosi anelli alle dita dei piedi, porgeva tovaglioli di carta a chi finiva di lavarsi le mani.
Per strada abbiamo visto i primi dromedari che tiravano carri pieni di erba o mattoni o persone. Nel deserto non proprio deserto, coni altissimi di cemento cuocevano mattoncini di terra rossa.
Di tanto in tanto gruppi di mucche o di pecore venivano accompagnati al pascolo da donne eleganti e colorate di veli o uomini che all’occorrenza pisciavano al bordo della strada rivolti verso le sterpaglie.
Arrivo a Mandawa verso le 1530 all’Heritage Mandawa, hotel con sito internet in flash, creato da professionisti del web e bravissimi fotografi. In realtà i meravigliosi affreschi coloratissimi che rivestono le pareti esterne visti nel sito, sono un po’ sbiaditi ed entrati nell’atrio si ha l’impressione di abbandono e precarietà. Ma è la stanza la vera sorpresa. Pulita, ma niente lenzuola per coprirsi, sottile materasso su supporto durissimo, niente asciugamani, carta igienica, sapone, figuriamoci l’atteso phon! Dei vecchissimi asciugamani e un po’ di carta, ci vengono consegnati dopo un paio di solleciti, per fortuna avevamo il sapone d’emergenza.
Alle 1730 viene a prenderci una guida che ci accompagna a visitare le havelis di Mandawa; grandi case con cortili per le danze, bellissime porte e dipinti dettagliati su tutte le pareti, sia esterne che interne. I ricchi proprietari le hanno lasciate a dei custodi non pagati per trasferirsi nelle grandi città, da circa cinquant’anni la pioggia e il vento ha tolto uno strato di tempo che mi fa rivalutare i restaurati affreschi dell’albergo.
Spesso all’interno, bambini vendono calendari, marionette o altri souvenirs. Nella prima haveli che abbiamo visitato, i custodi vendevano anticaglie di probabile valore: statuette di bronzo, pomelli, lettere, monete e oggettini di diverso tipo, scatole, specchi, imbracature per dromedari e altro.
Ci siamo velocemente abituati ai dromedari che sostituiscono i nostri muli di cinquantenni fa e che legati ad una specie di carro con pneumatici, scorrazzano per il paesino su strade di terra battuta; piccolissimi asinelli, svolgono due metri più in basso la stessa funzione. Canali attraversano le strade e costeggiano tutti i muri contro le cui pareti, uomini pisciano disinvolti in direzione dei canali.
Mucche, bufali, caprette, asinelli, pavoni, piccoli scoiattoli, cani, donne colorate e velate, bambini in cerca di penne, caramelle e rupie, puntellano tutti gli scenari.
Ci accosta un bambino che in italiano ci chiede da dove veniamo; conosce quattro lingue imparate dai turisti, sa che Palermo è in Sicilia, che Milano è a nord e che Roma è la capitale d’Italia; ci accompagna un po’ con la sua bici in cerca di qualche dono, ma solo dopo andiamo a cambiare i primi cento euro in uno squallido stanzino in cui non sarei mai andata senza guida.
Dopo aver visitato il negozio di coperte fatte a mano dal “fratello” della nostra guida, torniamo in albergo e informati del costo della cena (300 rupie bevande escluse), ceniamo con due merendine italiane e alle 1930 circa andiamo a dormire.
Fino alle 23 circa ci accompagnano dei musicisti che rientrando avevamo visto nel cortile in cui si affacciava la porta della nostra camera, poi la luce va via e si accende un generatore posto sotto la nostra finestra, ogni tanto qualcuno sale le scale poste dietro la parete e in mattinata sentiamo il suono degli uccelli che miagolano ad un volume straordinario, infine ci svegliamo con le ossa a pezzi per scoprire l’acqua fredda, perché quella calda non c’è…

Dopo la doccia, colazione con latte al 5% pane tostato, omelette, uova sode e ripartiamo.
Il nostro autista, Raj, che è venuto a prenderci all’aeroporto, è sempre puntuale e simpatico, ieri ci raccontava che il modo di portare i sari cambia con una frequenza di circa 15 chilometri. Sua moglie per esempio porta un velo che le copre completamente il volto e lo scosta solo in presenza sua, dei suoi due figli o del fratello piccolo d Raj. La madre di Raj non rivolge la parola né al marito né al figlio, giusto alla moglie e credo alle altre donne.
Noi ne abbiamo vista qualcuna col volto coperto, ma la maggior parte in questa zona porta il velo come la madonna e spesso ha la pancia scoperta.

20/08/2007 giorno 3
Da quasi due ore siamo in viaggio. Il paesaggio è monotono ma almeno la strada è curata.
Ai lati sabbia, qualche albero e qualche erbetta. Ogni tanto una capanna di arbusti e qualche mucca.
Siamo diretti a Bikaner.

L’albergo di Bikaner è molto grazioso; pareti imbiancate da poco, soffitto decorato, tutto pulito, tv in camera.
Abbiamo fatto un breve giro nei dintorni e visto da vicino le “botteghe” che più volte durante il viaggio sono scorse attraverso il finestrino: venditori di frutta, di dolciumi, di caramelle, barbieri; gruppi di donne sedute a terra e fiumi di vita. Un vitello mi ha puntata e con una lieve rincorsa mi ha scornata! Fortuna che non aveva le corna! Il tocco è stato morbido e gradevole come lo è stata l’esperienza J
Ore 1530, forte di Bikaner, enorme, molto bello, cesellatissimo.
Stanza del maraja con esposizione di vestiti, armi, portantine e molto altro; bello il “gazebo” di marmo bianco circondato da una vasca attorno a cui una volta l’anno ricchi e poveri, a marzo si colorano, poi si sciacquano nella vasca e si fanno i gavettoni. Belle le porte e l’altalena.
Breve visita al museo annesso dove una guida molto simpatica ci ha molto velocemente indicato il set per il make up della moglie del maraja, tappeti tessuti in argento e velluto o oro, abiti e pigiami della consorte, argenteria e molto altro.
Dopodiché: un’ora per raggiungere il tempio dei topi, a Deshnoke dove più schifo dei topi, facevano le cacche che si appiccicavano sotto i piedi. I topi erano graziosi ed acrobatici. Abbiamo visto il topo bianco e una bellissima cerimonia col fuoco e il burro (?!) fuso, dove infine due tipi portavano in giro il fuoco e i fedeli lo toccavano con le mani e poi si toccavano la faccia.
Ogni tanto i rattini salivano sui piedi, mentre fotografavo il topo bianco appoggiata ad una cancellata, uno mi toccava la mano.
Inutile dire che in certi punti, la puzza di piscio di topo era disgustosa. C’era una stanzetta piena di grano e sacchi pieni coi topi (felici?) che rosicchiavano. Graziosissimo il topo che accavallato su una bacchetta di ferro, sembrava un cencio appeso, vuoto, senza spessore.
Di ritorno, causa passaggio a livello chiuso, ci siamo fermati sulle dune a fare foto con dei bambini felici di farsi fotografare; come tutti volevano penne, ma avevamo solo caramelle; non sembravano dispiaciuti.
Ci hanno tenuto compagnia per un bel po’, e poi in albergo.
Forse non ho scritto che stamattina per strada abbiamo visto decine di studenti in fila, seduti per terra a studiare nella loro perfette divise blu. Ci siamo fermati un attimo per qualche foto. Cena ottima all’hotel, ed economica, nel terrazzo dove abbiamo incontrato ancora il gruppo di italiani visti prima al forte. Ora a letto.
21 agosto 2007. giorno 4
Stamattina tremavano all’idea di 6 ore di auto nel deserto, fra sabbia a perdita d’occhio puntellata di cespuglietti e di tanto in tanto qualche albero e qualche donna carica di erba. Invece ci siamo fermati a Phalodi (o Follodi) dove Raj aveva una convenzione con un commerciante del luogo che voleva venderci bellissime anticaglie strane originali e preziose con prezzi fuori da ogni logica.
Il commerciante, che tra l’altro compra le meravigliose porte delle havelis per rivenderle, visto che chi ristruttura i palazzi non ama le porte vecchie, ci ha fatto da guida.
Prima abbiamo visitato un tempio, qualche havelis, e la sua casa-museo. Suo padre, a detta sua un archeologo, ha una splendida collezione di 1000 schiaccianoci non in vendita, tutto il resto si.
Boccette portaoppio, pipe per oppio, bicchieri (tanti!) d’argento, gioielli, tanti cofanetti, maschere, stoffe, catenacci, chiavi, timbri e tanto altro ma poche banalità.
Ci ha mostrato per esempio un cesellatissimo microcofanetto d’argento (porta oppio tanto per cambiare) con una misteriosa apertura a scorrimenti e un catenaccio con un complicato sistema a quattro chiavi che vanno inserite contemporaneamente dopo che una della chiavi ha smontato un pezzo del catenaccio stesso.
Non abbiamo comprato nulla con grande rammarico di Raj che ha evidentemente una non dichiarata percentuale su tutti i nostri acquisti. Proseguendo ci fermiamo al tempio di Ramdeora. Bellissimo! Non tanto il tempio quanto l’atmosfera. Centinaia di pellegrini molti dei quali per chilometri si avvicinavano al tempio sdraiandosi a pancia in giù, rialzandosi e ripetutamente tornando giù come può muoversi il verme di un cartone animato. Nei dintorni tante bancarelle, bracciali e palline di zucchero predominanti.
Entrando nel tempio un tipo ci ha dato delle palline di zucchero e decine di bambini ci circondavano chiedendo shampoo, penne e soldi.
Un vecchio barbone con turbante ci ha segnato la fronte con un punto rosso e poi dei bambini lo hanno imitato. Bambini ovunque e sempre, a chiedere di tutto ma sorridenti, allegri anche in seguito ai nostri rifiuti. In uno slargo fuori dal tempio, gente danzava a ritmo di musica ed emanava gioia, leggerezza; era bello guardarli e veniva voglia di unirsi a loro. Tanti riti seguivano, come passare dentro una ruota posta davanti un’immagine sacra. Attraverso bancarelle e tanta gente abbiamo raggiunto l’auto posta in una sosta d’onore, praticamente dentro al tempio, e poi dopo un minuto siamo ridiscesi per fotografare un lago e bere un succo da una bancarella.
Ancora deserto direzione Jaisalmer. Ai lati della strada rivoli d’acqua: ha piovuto. Ancora acqua, acqua nel deserto, specchi d’acqua ovunque.
I cammelli bagnati sembrano di un altro colore, sono scuri e sguazzano fra acqua ed erbetta appena cresciuta. Il cielo è grigio scuro, ad oggi tutti i colori sono stati spenti, per niente adatti alle foto.
Jaisalmer da lontano ci abbaglia col suo forte. Splendido e immenso, è una città su una collina, bella nonostante il grigiore del cielo. Ci dirigiamo in albergo. Incredibile, meraviglioso! Albergo di lusso, camere ampie e pulite. Tv, frigo, nel bagno non manca niente. Appena entrati un cameriere ci porta un vassoio con tovaglioli umidi per rinfrescarci dal caldo del deserto; ma in realtà in macchina l’aria condizionata era a palla come mai prima; e due succhi di forsearancia. Buoni.
Dopo una rinfrescata e una lavata di piedi (anche a Ramdeora si entra scalzi) visitiamo l’albergo.
Piscina, bellissime architetture, prato inglese con tanto di sedie e tavolinetti bianchi, portici, bellissimo ingresso, bar, negozietto, tutto molto, molto curato. Dopo poco, alle 18 si esce per visitare i Cenotaphs dove tre bambini ci fanno da guida, ci vendono cartoline e ci fanno una gradevole compagnia. Parlano bene inglese e conoscono la storia del luogo. Ci regalano anche delle conchigliette fossili, uno di loro, il più grande vende fossili, ma lo paghiamo solo come guida. Ai più piccoli diamo le penne perché loro vanno a scuola. In ogni sito oltre a pagare l’ingresso, si paga anche per fare foto e filmini.
Dopo visitiamo un altro sito; nel primo c’erano monumenti tombali dedicati a maraja mogli e concubine, nel secondo, un complesso con uno splendido tempio con qualche topo, bei bambini e il sole calante.
Raj vuole accompagnarci a fare shopping, ma noi decliniamo e ci facciamo condurre presso un ristorante con lui convenzionato in cui ci sono balli, spettacolo di marionette e cibo buono ed economico. Dice lui. Di fatto paghiamo il doppio rispetto alla sera precedente e mangiamo pollo bruciato (50 gr. Circa), piadina bruciacchiata, riso immangiabile, delle palline di formaggio molto puzzanti di pecora, delle verdure in una specie di pastella dura e croccanti, almeno questi buoni. “avete mangiato bene?” ci chiede cortese il proprietario “certo, era tutto buonissimo”.
Anche Raj si preoccupa del prezzo (ci lamentiamo perché tutti ci sembra troppo caro –ed è vero- per giustificare il fatto che non compriamo mai niente) e della qualità del cibo. Diciamo cortesemente che tutto andava bene e rincasiamo. Qui vicino è pieno di basi militari perché siamo vicini al confine col Pakistan e dall’albergo si sentono – e si vedono- passare spesso aerei sfreccianti e focheggianti; fortuna che di sera dormono perché di giorno il rumore è assordante!
Tombe con tre bimbi: badabagih; il tempio amar sagar
22/08/2007 giorno 5
Alle 8.30 una guida è venuta a prenderci in albergo per accompagnarci al lago.
Parla italiano, l’ha imparato in tre mesi, ma non ha nessun tipo di problema di comunicazione e un vocabolario vastissimo.
Il panorama è bellissimo come le costruzioni che circondano il bacino. Qui a Jaisalmer tutto è fatto di arenaria e col sole le costruzioni riflettono una splendida luce dorata, Jaisalmer è infatti chiamata la città d’oro. In ogni casa la pietra è finemente cesellata creando degli scenari estremamente suggestivi. Peccato che agosto (e luglio) cade nel pieno della stagione delle piogge! Nonostante questo al lago e poi al forte, ci accoglie il sole.
Il lago è pieno di enormi pescegatto, prima reincarnazione di Shiva e per questo è proibito mangiarli, ma in compenso gli Indù, devotissimi al loro Dio, ogni giorno danno da mangiare alle belve che sono molto più grasse della gente che li nutre.
Nel mezzo del lago due bellissimi tempietti e qualche barca. La porta è stata costruita da una prostituta, sopra la porta, le camere che accoglievano le carovane dei cammelli (i conduttori ovviamente) che da li passavano per andare in Pakistan. Qui infatti è zona di confine e prima che fosse costruito il porto di Bombay, la gente, o meglio il governo, viveva di pedaggi in quanto tutte le carovane passavano da qui e dovevano pagare.
Ma torniamo alla sveglia prostituta che fa costruire questa porta. Il re quando doveva andare al lago non amava o credeva portasse sfortuna, passare sotto la porta, tanto che decise di farla abbattere, ma la tipa a conferma della propria furbizia, consultando un indovino, fece costruire nelle sue stanze la statua di un Dio nella speranza di dissuadere il sovrano.
Distruggere la statua del Dio della fortuna? Il trucco funzionò e la porta può essere ammirata nel suo cesellato splendore.
Il lago è ovviamente circondato da carovane di cercasoldi, bancarelle, musicisti, ballerini e tanti bambini. Dal lago passiamo in hotel a prendere una cassetta e ci dirigiamo al forte.
Marionette, bracciali d’argento, stampatori di hennè e quant’altro ci accolgono, la guida ci spiega che è facile trovare falsi santoni. La vista del forte è meravigliosa, peccato non poterlo fotografare da lontano data la pioggia o il grigiore che l’avvolge ogni volta che ce n’è la possibilità.
Il forte ha 5 (4?) porte in curva in modo che in caso di attacco, gli elefanti non potessero prendere la rincorsa per sfondarle.
Il forte oggi è un’attrazione in cui si trovano solo templi, negozi e alberghi, solo poca gente ci abita. Un tempo invece ci abitavano tre caste, quella dei Rajput (soldati), Jans o genisti (commercianti) e i bramini (preti), a cui il re orgoglioso del loro operato aveva donato i terreni all’interno del forte. I genisti costruirono bellissimi templi, ma dopo l’indipendenza, con la creazione del porto di Bombay, vista la carenza di commercio in una zona prima tanto importante, si trasferirono nelle grandi città. Mucche (onnipresenti), magnifico panorama sulla città e sul deserto, completano le strade quasi esclusivamente composte da negozi. Per essere precisi il forte ha anche una strada donata ai rajput, i guerrieri, e lì non ci sono negozi, non ci sono templi e tutto è vecchio e squallido, sembra aver affrontato una guerra.
Il contrasto è forte con le altre ricchissime strade. Nella piazza principale, quadrata, c’è anche un museo che non abbiamo voluto visitare (armi, e cianfrusaglie reali già viste)
Dal forte, subito fuori dalle porte, ci spostiamo al mercato e quindi alla città di Jaisalmer.
Il mercato affollato e affascinante con le sue donne colorate e le mucche che provano a mangiare le verdure in vendita nella bancarelle. Compriamo una SIM indiana per chiamare (non abbiamo ancora chiamato, giusto un paio di sms) con la prassi italiana: fotocopia di passaporto, in questo caso il visto, fototessera, contratto e tutto e ci avviamo per i vicoli. Donne che lavano i panni sul marciapiede, mucche, maiali, bimbi che cagano davanti la porta, ma dentro un piccolo canale che costeggia tutte le strade. E’strano che non si senta puzza.
Poi bimbi, a frotte, che escono da scuola. In questo periodo la scuola dura dalle 7.30 alle 12. Giugno e luglio che è troppo caldo sta chiusa, il resto dell’anno dalle 10 alle 17.
Visitiamo delle havelis, belle, in una comprata dal governo e in cui si paga un irrisorio ingresso (2 rp) per vedere come erano le stanze un tempo, troviamo anche un soffitto tappezzato di piccoli pipistrelli.
Quando le carovane passavano dirette in Pakistan, non conoscendo la strada non segnata fra le dune sabbiose, gente del luogo le accompagnava, e le donne lasciate sole per mesi, si dedicavano al ricamo.
Le coperte ricamate e i ricami in generale, sono il “prodotto tipico” del luogo. Più volte le guide hanno cercato di impaccarcele. Una coperta costa in media 120 euro. Coperte souvenirs e argento.
Visitiamo una fabbrica di argento 925. I prezzi continuano ad essere veramente alti! Torniamo in albergo saltando per l’ennesima volta il pranzo, facciamo un bel bagno in piscina e comincia di nuovo a piovere.
Dopo 50 minuti di deserto, raggiungiamo un villaggio con molte guest houses, “ristoranti” per turisti e “cammelli”. Le case degli indigeni sono di fango coi tetti di arbusti; ci accoglie un simpatico tipo che ci descrive il servizio: tour in cammello un’ora circa, tramonto dalle dune, ritorno altra ora, cena e danze tipiche alla modica cifra di 800 rupie. Lamentiamo che ci era stato detto da Raj e da altri che la cifra si aggirava attorno ai 500 e lui propone uno sconto. Accettiamo il pacchetto a 700.
Abbiamo un cammello e un camel driver a testa, il driver ha circa otto anni. I due fanno le corse scecherandoci per bene, per un po’ abbiamo pensato che non ce l’avremo fatta, correre su un cammello è terribile. Il mio cammello tra l’altro nella corsa, passa sotto una lunga e spinosa acacia graffiandomi dolorosamente il braccio sinistro. Arriviamo sulle dune deserte piene di cammelli e gruppi di italiani, non piove, ma siamo sotto una grigia cappa di nuvole, quindi, niente sole e niente tramonto sulle dune. Danze tipiche con tre gitane e vari musicisti. Una delle due ballerine era un trans. Ballano e suonano, ballo anch’io con una zingara del deserto, che figata! Mangiamo vegetariano fra insetti e luci alternative nel senso che la luce si alterna la buio. Qui spesso ci sono vuoti di corrente. Tra l’altro anche quando la luce c’è, il cortile che ci ospita è abbastanza buio da non permetterci di vedere il viso degli artisti.
Al ritorno il deserto è veramente deserto. E buio. Ricomincia a piovere e i lampi illuminano la sabbia puntellata di cespugli, ma soprattutto le MUCCHE che pascolano tranquille e sostano sulla strada. C’è anche un dromedario. Un’oretta di lampi e un’accesa discussione con Raj riguardo alle mance e rientriamo in hotel. In seguito alla discussione abbiamo appreso – per quanto il nostro autista è sfacciatamente di parte- che dieci rupie per i camel driver sono decisamente poche (tutto è nato da questo) che 100 rupie per le guide sono anche troppe (solo perché sono pagate da Karni, altrimenti la tariffa è di circa 250 rupie e dipende anche da quante ore accompagnano), mentre 10-20 rupie vanno bene per i camerieri. In mattinata invece la guida ha fatto un po’ di chiarezza sulla dinastia divina. Gli induisti hanno tre dei: Brama (Generator) è il creatore e quindi il più importante. Visnù (Operare) ha il compito di rimettere ordine nel mondo e ha nove reincarnazioni. Shiva (Distruttore) è un Dio cattivo, marito di Parvati è rappresentato con un serpente al collo e la mezzaluna in testa; il figlio è l’amatissimo Ganesh, l’elefante portafortuna.
Fra le nove reincarnazioni di Visnù, la prima è il prima menzionato pescegatto, la settima Rama, l’ottava Krisnha (divinità molto gettonata) e la nona Budda.
La preziosa guida ci spiega anche qualcosa sulla prassi dei matrimoni.
Come sospettavo ancora oggi un induista non ha il potere di scegliersi il consorte. L’accordo avviene fra i genitori e a cominciare dalla nostra guida, lo sposo può vedere il volto della sposa solo dopo le nozze, soprattutto nei piccoli paesi, nelle grandi città ci sono le eccezioni.
La cerimonia dura diversi giorni. Il primo giorno si prega Ganesh e si usa dipingere al lato della porta un’immagine del Dioelefante con i nomi degli sposi e la data delle nozze. Solitamente gli sposi vanno a vivere con i genitori dello sposo, nella sua casa, in questo caso il nome dello sposo viene scritto prima seguito da quello della moglie. Nel caso in cui la casa appartenga alla moglie, il suo nome viene scritto prima. In verità non è chiaro il caso in cui si vada a vivere nella casa della moglie. Se un uomo ha più figli maschi, quando il successivo figlio si sposa, il dipinto di Ganesh va a sostituire quello del fratello. Il secondo giorno di festeggiamenti, i genitori della sposa, comprano il cibo per tutti gli invitati, di solito 300-400. Il terzo giorno tocca ai genitori dello sposo comprare cibo per tutti. Dopo non si sa ;)
23 agosto 2007 giorno 6
Ore 13.30 del 23-08. Fermi in macchina aspettiamo.
Stamattina appuntamento alle 9. Alle 10.07 chiamo Raj dal telefono dell’hotel: nel nostro non c’è linea. Dato che diluvia le strade sono allagate e non si può passare. Viene dopo le 11, contenti partiamo nella pioggia, dopodiché ci fermiamo fra un’accozzaglia di macchine e camion bloccati da un lago in mezzo alla strada. Stiamo ancora aspettando, pensando che tempo permettendo, saremmo arrivati a destinazione dopo cinque ore. Ma il tempo non permette.
Ore 1605.Siamo diretti a Osiyan, la strada si è liberata e abbiamo fatto tappa involontaria in un già visto ristorante dove ovviamente stavano mangiando i soliti italiani del forte. Noi abbiamo pranzato con delle banane comprate per strada a 10 rupie. La guida, finito il suo pasto dice che la strada per Osiyan è bloccata dalla pioggia, ma da tempo avevamo capito che non voleva andarci, per cui dopo aver perso la tappa alla bellissima Fatehpur passandoci in mezzo, solo perché non avevamo capito che era in programma fermarci, Totò si è arrabbiato e ha chiesto di andarci lo stesso.
La strada per Osiyan era aperta e asciutta. Antilopi, i soliti pavoni, capre, dromedari, mucche, stavolta erano in un contesto più verde e con tanti specchi d’acqua lasciati dalla pioggia della mattina. Il tempio da lontano sembra bello. Raj posteggia e ci aspetta alla base della strada che conduce al tempio costeggiata da bancarelle di tutti i tipi, soprattutto cibo.
Arriviamo in una piazza pienissima di gente, mucche, bancarelle e davanti si erge un’enorme gradinata che porta al tempio induista. Decine di ragazzini e vecchie cercano rupis.
Il tempio è scuro e sporco, non mi sento a mio agio; contro la nostra volontà un ragazzo ci fa da guida illustrandoci tutti gli anfratti. Cornici d’argento, cocco bruciato, Ganesh, Shiva e quant’altro. Scendiamo dopo circa mezz’ora, ingresso gratuito, diamo 10 rp al ragazzo, 10 di offerta al tempio e 10 all’uscita. Già nella via del ritorno decidiamo di tornare indietro e cercare un tempio janista di cui abbiamo sentito parlare. Percorriamo piccole stradine. Nessun turista, tanti bambini in cerca di soldi e non. Indecisi se proseguire dopo troppe curve, troviamo qualche indicazione di cui comprendiamo solo l’indicazione della freccia. Troviamo in tempio ed è splendido! Ci fa da guida un signore distinto, pulito, colto e perspicace. Se non abbiamo capito male, lavora al restauro del tempio e a fatto veramente un buon lavoro. L’architettura è bellissima e all’interno delle decorazioni con colori vegetali brillanti e coloratissimi, così l’illustrazione all’esterno che racconta la vita di Budda a cui loro danno un altro nome. Il tempio è anche scuola e prima di andare un centinaio di ragazzini festanti si sono raccolti davanti all’ingresso del tempio per cantare/pregare. Paghiamo solo 5 rupie per l’ingresso, 40 per l’uso della macchina fotografica e 55 come mancia alla simpatica guida dopodiché ritroviamo magicamente la strada nella penombra della sera e ci avviamo verso Jodhpur contenti di non aver sprecato una giornata in macchina. L’albergo è bello. Sfarzoso fuori con grandi prati inglesi, portici, negozi, ristoranti, piscina, ma con lavori di ampliamento in corso, la camera secondo me è bellissima, ampia, con letto, divano, tv, aria condizionata e ventilatori a tetto, tante finestre, balcone, ampio bagno…
Ceniamo in un ristorante a pochi metri dall’albergo. On the rock, molto bello e per questo temiamo di essere spennati, ordiniamo solo riso e degli spaghetti cinesi e l’acqua. L’acqua è della coca cola company, quindi come spesso è successo, torna la mittente in cambio di una birra. Le porzioni sono abbondantissime e il cibo buono, ma soprattutto paghiamo solo 288 rupie (solo la birra 130), quindi torniamo in albergo, facciamo un giro fuori dove c’è musica, gente e una bella atmosfera e poi a letto.
24-08 giorno 7
Ottima colazione, finalmente self service al rambanca hotel. Quest’hotel appartiene a uno dei due figli del maraja, suo fratello ha un complesso gemello accanto al nostro. E’ in pratica un grande palazzo diviso a metà in cui sono stati creati due lussuosi alberghi. Colazione con roba non ben definita ma buona in un delizioso ristorante con gentilissimi camerieri e grande varietà. Raj viene a prenderci alle 905 in una verde cornice di alberi e rampicanti sotto a un cielo limpido e un sole splendente. Siamo diretti al forte rosso, ex residenza dell’attuale marana. Ingresso 250 rp a persona! Inclusa audioguida e uso di camera, 100 rp aggiuntive per l’uso della videocamera.
Ovviamente quasi ogni posto visitato ha due prezzi: uno per stranieri, uno per visitatori locali. Prima di addentrarci godiamo della splendida vista dall’alto della città blu. Blu in onore di Krisnha il Dio blu e anche perché si è visto – dice l’audioguida- che questo colore è un ottimo repellente per gli insetti.
Poche bancarelle, moltissimi turisti. Belle le stanze, i cortili, la cesellatura delle mura ed il panorama. Arrivata nella stanza del sesso, aspettavo Totò quando sale un esercito di ragazzine vestite da militare che salutano gioiosamente. Una delle prime mi porge la mano, la stringo sorridente e le altre la imitano, non so se per cortesia o perché pensavano fosse il mio ruolo; di fatto ho stretto una dietro l’altra un centinaio di mani accompagnate da decine di hallo!
Carina la stanza in cui il maraja accoglieva la gente per discutere di affari, la stanza delle perle, chiamata così per il color perla dato dalla bianchissima malta mista a gusci di uova finemente tritate che non si vedevano ma apportavano una particolare lucentezza. Ai lati della stanza delle nicchie decorative, nascondevano dei balconi da cui le mogli e le concubine origliavano autorizzate per poter in seguito dare consigli sulle discussioni svolte all’interno della stanza. Le pareti bucherellate come abbiamo visto in alcune haveli, oltre a permettere un’areazione provvidenziale in un paese tanto caldo, fanno si che si possa guardare fuori dall’interno ma non esser visti dall’esterno.
Dopo il forte dall’interno, passeggiata sui bastioni fra i cannoni sotto un sole cocente; musiche e danze, e un bambino che in un cortile faceva la pipì a terra. Indossando i pantaloncini. Stanchi visitiamo solo dall’esterno la tomba bella e bianca di un maraja; Raj ci chiede se vogliamo visitare il giardino prima di raggiungere l’ultimo monumento; siamo indecisi anche perché nel forte abbiamo camminato due ore piene; ma ci convinciamo alla frase “ci sono le scimmie”. Come resistere al richiamo dei simili? Ottima scelta, perché nel parco, oltre alle scimmie e agli scoiattoli ci sono tantissime famiglie indiane che fanno pic nic con cibi incomprensibili, si riposano, passeggiano giocano a carte,; un gruppo di donne approfitta di una perdita d’acqua in un posto periferico per bagnarsi e poi stendere i sari ad asciugare. Il parco è grande, con dei bellissimi templi all’interno, le scimmie sono dovunque, discrete ma col ghigno inquietante, giriamo per circa un’ora e dopo ci dirigiamo verso la residenza del maraja, visitabile solo in parte visto che lui ci abita con la sua famiglia. Ingresso 50 rp ma forse non li vale. Bella e sfarzosa, soprattutto la parte non visitabile che vediamo sull’lcd del museo, infine, passando per il solito shop convenzionato con prezzi europei, verso le 1430 ci facciamo accompagnare al mercato del centro e lasciamo libero Raj che a 90 km ha la sua famiglia (genitori e fratelli, mentre moglie e figli sono a Jaipur) che forse andrà a trovare. Il mercato è stupendo, E’ quello che ci aspettavamo dall’India: una confusione pazzesca, clacson, moto, auto, mucche, persone, tutto accavallato. Voci, puzza, bancarelle strane, bambini e urla e confusione e sorrisi e stoffe e spezie. Jodhpur è la città delle spezie. Ci addentriamo contenti nella mischia armati di ricordatori. Ci abbordano di continuo cercando di condurci nei propri shop, in particolare i membri di una cooperativa di studenti (ognuno di loro, o almeno cinque separatamente) che infine ci conducono in una stanza con la foto di Carlo (no Burriesci, l’altro) che ha acquistato le loro preziose, bellissime coperte. Ovviamente non compriamo niente, per il solito motivo. Dicono di esportare a Milano per Armani, Dolce e Gabbana, Valentino e altri. Vantano fra i loro clienti diversi vip tra cui Enrique Iglesias (ve l’immaginate E. Iglesias che compra coperte?), ma non attacca e proseguiamo il nostro giro fra la solita gente che piscia ai bordi delle strade e robe simili, ma stavolta di più. Torniamo stanchi e storditi con un tuc tuc a 30 rupie con un giovane autista dai denti perfetti e bianchissimi. In albergo lavori in corso; donne si caricano sulla testa scodellini di cemento per la creazione di un enorme primo piano e lo scaricano sull’armatura di ferro; si muovono elegantemente nei loro sari colorati con la stessa grazia con cui potrebbero versare il te. Anche uomini ovviamente con la stessa tecnica spostano di tutto. Niente carriole o altri mezzi. Ci laviamo, riposiamo, andiamo a cena nel solito ristorante, incontriamo i soliti italiani, torniamo, ancora lavori in corso. Sono le 2240 e si sente ancora il brusio dei lavori!
25-08 giorno 8
Ottima colazione e addio albergo. Quando siamo arrivati, col buio pesto, per le strade i fari illuminavano decine di pellegrini diretti a Ramdeora, con le tipiche bandiere svolazzanti a circa 200 km di distanza camminando con la luce e col buio per giorni e spesso senza scarpe. Ai bordi delle strade ogni tanto si vedono cumuli di ciabatte abbandonate dai fedeli. Stamattina diretti a Ranakpur, per strada continuiamo a veder sfilare decine di fedeli in gruppi più o meno grandi o da soli con le loro bandierine; la maggior parte sono uomini scalzi e bandierati, ma ci sono anche donne e queste spesso portano sul capo un piccolo borsone strapieno in equilibrio. Qualcuno pellegrina anche in moto o furgoncino, ma sono i meno. In questo istante stiamo vedendo gruppi di bicipellegrini in sosta.
Il tempio è un sogno, tutto bianco e pulito, le colonne sono tutte bellissime tranne quella storta e poche altre, molto semplici. E’ una specie di bosco di colonne con tanti alberi diversi, pensavamo che fra 1444 sarebbe stato difficile trovare l’unica non dritta, invece l’ho trovata subito. Fuori, prima di entrare, in un grazioso tempietto laterale, abbiamo incontrato due simpaticissimi milanesi, due ragazzi, anche loro qui con Karni che ci hanno dato delle preziose informazioni, anche perché hanno già visto quello che noi vedremo, facendo lo stesso giro ma al contrario.
L’entrata al tempio è gratuita, ma paghiamo 150 per entrare con la videocamera più 50 per la camera e 15 per il velo che giusto oggi o le spalle scoperte. Comunque vale la pena. Nel tempio non si può entrare con acqua o borse. Dopo essere usciti Raj ci dice che anche la pelle con cui è fatto il portafoglio di Totò, non doveva entrare!
Andiamo a Udaipur. Per strada continuiamo a vedere pellegrini per Ramdeora. La distanza è veramente pazzesca! Raj ci spiega l’importanza del pellegrinaggio e di Krisnha nella loro religione. Dice di essere fortunato a poter andarci ogni mese, per giunta in macchina e addirittura a spese altrui! In genere i pellegrini vanno in seguito a promesse (come da noi) a Krisnha a quanto pare, in quanto a miracoli è larga di mano.
Il paesaggio cambia: siamo ora fra i boschi. Prati verdi, colline, laghetti, bufali che si fanno il bagno nei laghi o nelle pozze di fango, donne che caricano pesi enormi e cominciano ad avere gli orecchini al naso ed essere più prevenute.
Una donna bellissima con lunghi capelli sciolti (qui è davvero difficile vedere i capelli delle donne) che asciuga e pettina per strada, notando il nostro interesse, ci invita a prendere un te o un caffè e visitare la sua casa. Decliniamo a malincuore sotto velato suggerimento di Raj. Ci fermiamo poi ai lati di uno splendido lago dove ragazze lavano i panni e bufali fanno il bagno. C’è un sole splendido e un’indescrivibile pace; vedo di sfuggita un serpente immergersi in acqua. Ripartiamo e dopo tanti bufali nelle pozze, ci rallentano l’andatura dei mega lavori in corso per un’autostrada a sei corsie che dovrà attraversare l’India longitudinalmente. Le bellissime montagne sono ora smembrate, cantieri per chilometri e chilometri, polvere, camion, gru e quant’altro rendono triste il miglior panorama che finora ci sia capitato. Arriviamo a Udaipur e ci si staglia davanti un bellissimo lago che a quanto pare è il più piccolo di due. L’albergo è sul lago ed è molto carino, usciamo per una lunga passeggiata di tre ore mangiando pannocchie arrostite di cui il lungolago è pieno e varie schifezze a prezzi ottimi.
26/08 giorno 9
Oggi giornata pienissima! Appuntamento alle 915 con Raj che arriva puntualmente in ritardo e ci scarica dopo 5 minuti di strada davanti a un tempio janista nel centro di Udaipur. Visitiamo, grazioso, sporchino ma più caloroso degli altri, forse perché a terra c’erano molte persone cantanti, divise in due gruppi: maschi e femmine. Come sempre veniamo subito abbordati, stavolta da uno studente attempato e strabico che deve andare fra qualche giorno a Perugia –credo a vendere miniature (Udaipur è famosa per questo)- e vuole fare pratica di italiano. Ci illustra il tempio, i soliti dei, il solito Kamasutra scolpito all’esterno di ogni tempio janista che si rispetti e usciamo. Fuori è pieno di bancarelle. Vedo l’album di foto con copertina in pelle di cammello che avrei voluto comprare a Jaisalmer, ma non capivo se otto euro fosse equo, in Italia si, ma qui? Adesso a 250 rupie, meno di cinque euro, non ci penso due volte: è davvero bello e lo compro, nello stesso negozio compriamo a 100 rupie anche due diari, molto belli, sempre in pelle di cammello. Proseguiamo a piedi per il city palace, solito forte ma meno bello degli altri, un po’ squallido, e, bastardi, solo per le foto hanno voluto 200 rupie!, non ne valeva la pena, a saperlo prima…
L’unica cosa di rilevante erano le scimmie incontrate all’uscita, e sempre fuori un negozio di miniature con gli artisti, bravissimi, all’opera. Per miniature qui s’intendono i dipinti.
Dopo la delusione e la sfacchinata al city palace, visitiamo un haveli che prima di mollarci, forse per acquistare tempo, Raj ci aveva indicato.
Seconda delusione: niente di particolare, ne abbiamo viste di più belle, qui, l’attrazione è stato l’elefante posteggiato fuori. Da quando siamo qui abbiamo incontrato tantissimi asinelli minuscoli. Vaghiamo stanchissimi ancora un’ora in attesa delle tredici, ora dell’appuntamento. Stavolta Raj ci porta in un giardino bellissimo con sole 5 rupie d’ingresso. Credo il maraja l’abbia fatto per le sue concubine, Raj le chiama “fidanzate”. Tante fontane, piante curatissime, gente gioiosa, davvero bello. Lì vendono elefantini in marmo verdastro, ne compriamo due a 200 e 250 rupie, uscendo un ragazzino con 200 (e non abbiamo nemmeno trattato tanto) ce ne vende uno con la forma di quello da 250 ma più grande. Imprechiamo. Ci dirigiamo distrutti in hotel, ma Raj vuole farci schiattare e ci propone al passaggio un giardino: il MAHARANA PRATAP SMARAK SAMITI, parla di cavalli, così pensiamo possa essere una specie di maneggio reale, diciamo di si e sotto il sole cocente ci avviamo ancora a piedi per stradine, viali, in un bellissimo giardino troppo grande per farlo di corsa in cerca di cavalli che non c’erano. E’ un giardino da visitare con calma in cui c’è poco da vedere. Cosa carina all’ingresso, dei ragazzi indiani ci hanno chiesto di fare le foto con loro; il primo l’ha fatta con entrambi, il secondo solo con me J per loro che non possono darsi la mano in pubblico con le loro fidanzate perché sconveniente, dev’essere una figata abbracciare una straniera e per giunta documentarlo!
Un’ora e mezza di pausa e poi un giro in battello nel lago col “lake palace”, ma nel frattempo comincia a piovere, e il giro carissimo risulta un gran fiasco. Ieri Raj ci aveva detto che il biglietto era di 250 rp a persona, oggi abbiamo pagato 650! E non era per niente come ci aspettavamo.
A parte il diluvio, non è stato un vero e proprio giro in battello, semplicemente una traversata fino ad un isolotto dove c’è un ristorante e una sala banchetti, con un tempietto e poco altro, in ogni caso cadeva il cielo e non l’abbiamo gustato. Rapido il ritorno, un po’ in giro per negozi e poi al lungo lago per la cena. Fuori dall’imbarco un vecchietto distribuiva un pacco di biscotti a un gruppo di scimmie fuori da un parco. Bella la scena delle scimmie in fila ognuna rosicchiante il suo biscotto. Al lago ripetiamo l’eperienza di ieri di pannocchie arrostite e poi condite con sale e limone e ammiriamo un cielo bastardo limpido e un lago piatto e pieno di riflessi. Affittiamo a 35 rp un pedalò per 20 minuti e a 615 rp in meno ci godiamo il lago in pace, come non abbiamo fatto di pomeriggio, ceniamo nel “solito” ristorante con noodels e una specie di cremina servita con dell’ottimo e morbidissimo pane e arrivano un gruppo di turisti indiani che si siedono al nostro “tavolo”, simpatici e chiaccerevoli. Qui la gente è molto socievole e rilassata, ci sono tantissimi turisti e un tenore di vita senz’altro migliore che negli altri paesi visitati. Nonostante ciò le tre portate che abbiamo ordinato costano 20 rp l’una! Terminiamo questa giornata passeggiando per gli ultimi 18 minuti fino all’hotel, volevamo prendere un tuc tuc, ma essendo domenica la strada è chiusa alle macchine: circolano solo moto e cammelli.
27 giorno 10
Sono in una bellissima veranda su una bellissima sedia fuori da una bellissima casetta meravigliosamente arredata. Ho davanti un grande e verde giardino, gli uccelli cinguettano e non si sentono i suoni della città, non si sentono perché siamo isolati. Prigionieri di una gabbia d’oro con un’orribile cisterna di cemento scuro piazzata davanti alla porta. Stamattina siamo stati a Chittaurgarh. Divina! Un forte di 13 km, stupendo, peccato che pioveva. Abbiamo visitato una torre incredibile, da lontano sembrava un minareto, invece siamo saliti fino in cima fra strette scale e meravigliose sculture ad ogni piano. Un’emozione bellissima, ma non quanto il castello che si affaccia sul lago dove ho pianto per l’emozione. Sentivo vive quelle pareti, quelle stanze, i cortili le scale… un posto bellissimo di cui mi dispiace non conoscere la storia. Col sole, sarebbe potuta essere l’esperienza più bella, e pensare che Raj voleva saltare la tappa! Saltato il pranzo per la fretta di arrivare, siamo a Pushkar ad un orario decente per fare qualsiasi cosa verso le 17; e finalmente col sole dopo due giorni di prendere acqua (anche di più), ma Raj ci dice che dobbiamo “solo riposare” e dopo 8 ore che guida non ci sentiamo di contraddirlo. Qui non ci sono tuc tuc e NIENTE da fare, ci hanno proposto una cena vegetariana a 350 rp a testa che ci aspetterà alle 20. Totò dorme, io mi sento legata e frustrata. Che peccato sprecare una così bella serata! Il sole è ancora alto.
Venendo qui abbiamo visto un morto su una barella di legno coperto da un lenzuolo ma col viso scoperto. Non sembrava morto. Aveva due tappi bianchi nel naso, in autostrada invece una cosa assurda: un pellegrino rotolava verso la meta completamente sdraiato a terra e seguito – credo per sicurezza visto che era in AUTOSTRADA- da una specie di tuc tuc con gente a bordo che lo teneva d’occhio. Non so quanti km aveva fatto o gli restava. In autostrada ovviamente non mancano le mucche. Ultimo appunto: al mercato di Jodhpur facciamo conoscenza con dei dolcissimi cubi bianco giallognoli esposti a piramide e tempestati di mosche, ma molto buoni. Da riprovare visto che causa mosche li abbiamo solo assaggiati.
28/8 Pushkar giorno 11
A Pushkar c’è da vedere qualche tempio e il lago. Raj aveva ragione dicendo che un giorno sarebbe stato sufficiente. Stamattina ci ha mollati in centro e ci siamo fatti una gran passeggiata fra negozi, gente, fritto e le solite cose. Ha piovuto. In una strada abbiamo incontrato un fiume di gente che ci ha assaltati. Le solite donne col sari di cui andiamo a caccia fotografica a decine, ci chiedevano entusiaste di fare foto a loro e ai loro bambini; qualcuna mi prendeva la mano e metteva nella mia la manina del bimbo che aveva in braccio; una signora mi ha messo in braccio il bambino, due ragazze hanno voluto la foto con me, e gente che chiamava da tutte le parti per chiedere foto, tutti addosso, a sorridere e toccar e sperare, è stato caotico, un po’ imbarazzante, ma veramente bellissimo! Abbiamo comprato delle rose di gerico. Nel lago gruppi di uomini “pregavano” eseguendo strani riti.
Nel pomeriggio abbiamo scalato un ripidissimo monte per raggiungere un tempio. Vista bellissima, il tempio niente di che. Salita spossante e sudante, ma contro i pronostici di un’ora a tratta, siamo saliti in 35 minuti e scesi in 30. Giro per il paese, cena buonissima con noodles, panino e falafel, lime soda e succo a 115 rupie! in mezzo alla strada e alle 20.30 rientro in hotel. Lì ci ha accolto una strana cerimonia.
Il 28/8 è la festa dei fratelli e delle sorelle. Deepe, il responsabile del complesso, in mattinata, prima di uscire, mi aveva anticipato che, vista la lontananza dal suo villaggio, per quel giorno sarei stata io sua sorella. Al ritorno mi ha messo un tipico bracciale, colorato la fronte, cosparsa di petali e fatto mangiare una cosa dolcissima. Poi Totò è diventato il fratello di un altro dei ragazzi. Arrivati gli altri ospiti, si è ripetuta la cerimonia e si è diviso un cocco. E’ stato divertente e sembrava sentito. Ci siamo scambiati gli indirizzi e promesso che ci scriveremo.
29/08/2007 giorno 12
Stamattina è arrivata l’ora del conto. La cena che sarebbe dovuta costare 350, è stata addizionata con acqua e percentuale di servizio, per cui una cena a base di riso e verdure, ci è costata 950 rupie!!! Un salasso!!!! Adesso siamo in auto, diretti a Jaipur dove incontreremo Karni. Oltre alle solite capre e mucche, continuiamo a incontrare fedeli diretti a Ramdeora. Oggi abbiamo avuto la più breve trasferta, solo 2.30 circa, saremmo dovuti presto arrivare nella città rosa per godercela meglio; passiamo da casa di Karni che ci accoglie impassibile e sbrigativo, scriviamo su un libro i nostri indirizzi, paghiamo 1805 euro e perplessi andiamo.
Uscendo c’è il sole, ma subito dopo il diluvio. Vista la festa di ieri tutti i negozi sono chiusi, anche i monumenti. Aperto solo il city palace, così decidiamo di posare i bagagli e andarci. L’albergo è orrendo, un incubo alla naftalina. Il bagno, un cesso. Usciamo, ci bloccano l’entrata al palazzo, una macchina di turisti prima di noi è stata l’ultima a passare, visto che le strade sono praticamente deserte, l’albergo invivibile, negozi e monumenti chiusi, decidiamo di visitare una fabbrica di gioielli. Il proprietario ci legge la mano. L’anello con rubini e diamanti è davvero bello. Usciamo e per la strada ci sono i fiumi che trascinano fango, spazzatura e scarpe. Il cielo nero, siamo depressi. Anche Raj è sfortunato: sua moglie non è qui: è andata a Jodhpur per la festa di fidanzamento del fratello di Raj! Che tristezza! Torniamo in albergo a deprimerci e sperare che spiova presto. Ho anche fame. Ah! In tutto questo abbiamo saputo che ieri ad Agra (la nostra prossima tappa) ci sono stati dei disordini, il Taj Mahal non si può visitare, i turisti sono costretti nei propri hotel, incendi ed altro minano il nostro immediato futuro.
Beh, alla luce di tutto, Agra non era l’immediato futuro, c’era Jaipur! Non pioveva più ed eravamo digiuni, così siamo scesi. L’inferno.
L’India per come me l’immaginavo prima di venire ma più inquietante, più sporca e fangosa a causa della pioggia, piena d’immondizia e tanta, tanta gente che ci guardava strano, o almeno quella era l’impressione. Eravamo a disagio, spauriti e angosciati in cerca di qualcosa di bello, ma dopo un’ora, senza il coraggio di riprendere o fotografare tanta realtà, di bello trovammo solo dei biscotti. La nostra cena. Ovviamente nessun turista in giro. Ah! Quando siamo usciti dall’albergo, seduto fuori c’era un ragazzo, sui trenta, completamente nudo acquattato su una piattaforma di legno con folti capelli neri e barba lunga e sguardo sano e intenso. Ma nudo. Nel cortile dell’albergo invece, seduti a terra in circolo degli uomini giocavano con carte da poker. Siamo rientrati in albergo e ci sembrava molto più bello adesso, ci sentivamo feriti e vulnerabili tanto che subito non sono riuscita nemmeno a scriverne! L’amber fort è grazioso, molto grande e con tanti lavori in corso; siamo saliti con l’elefante 550 rupie! Una salita di 5-10 minuti; bel paesaggio con tanti forti sulle varie colline, ma soprattutto un caldissimo sole su un cielo limpido. Venditori ovunque. Come sempre abbiamo sbagliato uscita allungando la strada. Uscendo passiamo nei pressi di una residenza reale su di un lago (ci andavano a dormire giusto quando c’era troppo caldi), molto bella col sole e il lago piatto. Ieri c’eravamo passati e non si vedeva niente. Giusto una foto e una decina di bambini mendicanti e andiamo al city palace. Siamo saturi di forti e palazzi reali! Mostra di armi, vestiti e un sacco di negozi al modico prezzo di 180 rupie a testa! Poco prima di entrare però facciamo una deviazione all’osservatorio astrologico. Un giardino pieno di “costruzioni segna tempo”, enormi, bellissime, di tutti i tipi. Molti erano intuitivi, basati sulla posizione del sole, proiettavano l’ombra su superfici su cui era indicata l’ora o il mese o non so cos’altro; altri complicati con evidenti superpotenzialità, sono rimasti un mistero. Uscendo dal palazzo, abbiamo visto a 10 rupie delle deliziose scatolette che un’ora prima dopo lunga contrattazione avevamo comprato a poco più di 20… Poi abbiamo pranzato in un sudicio ristorante indiano con riso, pseudopane, cremine polpette vegetali ecc. a 115 rupie complessive e adesso siamo in albergo a riposare. Non sento quasi più il penetrate odore di naftalina che ieri per ore mi ha dato alla testa. Quasi sicuramente domani ad Agra troveremo chiuso il Taj Mahal.
2040 Siamo rientrati da una lunghissima passeggiata di circa 2 ore e 15. Stanchi ma contenti, col sole, le strade asciutte Jaipur sembra un’altra cosa. Abbiamo avuto la conferma che il nostro albergo oltre ad essere fatiscente è nella zona peggiore della città, tipo gli alberghi di via maqueda zona ballarò, ma versione indiana che è peggio!
Confusione, spazzatura e vari animali, ancora il tizio nudo, ma il tutto con uno stato d’animo decisamente più positivo. Siamo tornati in una stradina dove ieri scannavano pesci, un capretto e dei polli nelle varie bancarelle, c’era la tv a fare non so che, una puzza di pesce marcio indescrivibile, ma la gente allegra e festosa. Dopo aver ripercorso la strada di ieri, abbiamo scoperto la zona dei negozi per turisti, quelli col marciapiede e meno rischio di essere travolti da moto, tuc tuc e la massa immensa dei qui comuni risciò. Tantissime gioiellerie con oggetti fantastici concepibili solo in India dove le donne si abbigliano di abiti coloratissimi, lustrini bracciali, cavigliere, anelli ai piedi e quant’altro. Mi hanno colpito tanto i girocolli, originali, lavoratissimi e splendidi!
Tutti continuano a salutare, di continuo, specialmente ragazzi e bambini, ma anche famiglie e donne velate. Qui non abbiamo visto turisti, specialmente nel chilometro che circonda l’albergo. Lontano qualche presunto turista indiano e solo una coppia di “bianchi”.
Quando delle giovani e bellissime ragazze velate mi salutano in inglese con bianchissimi sorrisi, mi sento come le truccate e ben vestite (io non sono ne l’una ne l’altra) donne americane che sbarcavano in Italia dei film anni ‘30, ‘40, ’50 viste come qualcosa di trasgressivo, irraggiungibile.
31 agosto 2007 giorno 14
Trasferimento pesantissimo in direzione Agra. Raj si ferma più volte dicendo che la macchina ha problemi, per cui il tempo non passa mai, dopo circa sei ore, arriviamo a Fathepur Sikri, la città fantasma. Scendiamo dalla macchina, un po’ lontano dal sito e ci piovono addosso proposte di risciò, carretti trainati da cavalli, tuc tuc e guide.
Arrivati alla fine della strada ci accoglie una grandissima gradinata con capre, circondata da turisti e locali, e capre. Alla cima un’enorme moschea. Poco lontano, di fronte la moschea, il villaggio degli attuali residenti.
Saliti i gradini il solito ragazzo di offre come guida, diciamo di no, ma lui insiste dicendo che i turisti non possono girare senza guida in un luogo sacro. Ci chiede se abbiamo pagato per la camera e la videocamera, è un trucco perché non c’è nessun cartello, Totò fa chiara questa cosa e lui dice che se non abbiamo pagato non c’è nessun problema (…).
La moschea è bella e piena di venditori, ma con lui il tempo non passa mai, si sofferma su ogni dettaglio e io mi annoio. Al centro della piazza, una costruzione di marmo bianco. Una tomba. Per entrare, dice il tipo, è obbligatorio comprare dei fiori e un sari da offrire in una mini cerimonia e che poi verrà dato alla gente locale, dice lui. Reimbustato e rivenduto dico io. Quanto costa? Dipende: 700 – 800. Diciamo che non vogliamo entrare, il telo smette d’essere obbligatorio e paghiamo – per farlo contento- solo un pugno di petali.
Diamo 50 rupie al ragazzo che si offre di accompagnarci alla città vecchia.
Torniamo alla macchina e fra gli alberi in lontananza scorgiamo case, palazzi, cupole e pochissima gente. Tra l’altro la strada è lunga e lui dice di essere troppo debole per proseguire il cammino.
Andiamo ad Agra dopo una giornata bruciata e ci sono tutti i negozi chiusi, tutti i monumenti, a causa dei problemi di tre giorni fa. Il Taj Mahal come sapevamo era chiuso. Vediamo un prato con diversi camion bruciati e la città di uno squallore che davvero non immaginavamo. Specialmente all’ingresso fango, pozzanghere, sudiciume, immondizia e povertà. Totò spera ancora su pizza hut.
Ci addentriamo, il paesaggio migliora ma pizza hut è chiuso. Raj gentilmente scende e ci compra due cosette piccanti e fritti tipici di Agra. Buoni, ma soprattutto mi commuove il gesto: è triste che sia lui ad offrire cose a noi! Il Mc Donald è aperto, Totò dice che per la disperazione è disposto a cedere, non mangiamo carne da 15 giorni.
Andiamo prima in hotel. Bellissimo.Camera enorme con zona letto, zona scrivania, zona divano, poltrone, tv, tre ampissime finestre.
Il Taj Mahal è a due passi, si arriva a piedi, quindi liquidiamo Raj. Ci sistemiamo, quindi ci indirizziamo verso il T. M. davanti all’hotel, sul marciapiede, abitano sotto tende improvvisate decine di persone, molti bambini, simpatici e sorridenti che salutano, stranamente, senza chiedere niente. Di solito i bambini hanno formule come “Hello, rupies” oppure chiedono penne e shampoo. Questi salutano e sorridono. Faccio qualche foto, ma non ho il coraggio di inquadrare un bambinetto di circa cinque mesi, sdraiato a pancia in giù senza pantaloni o mutande che nuotava nella cacca e nella pipì; spiccava la cacca chiara sul culetto scuro e si scorgeva sotto di lui un’enorme pozza. Le donne lo guardavano impassibili. Proseguiamo fra offerte di tuc tuc e risciò, la strada è pressoché deserta e un po’ più lunga di quanto mi aspettassi. Arriviamo e nei pressi diversi uomini in divisa e qualche commerciante ci avvisano che il t.m. è chiuso, chiediamo se c’è qualche posto da cui si può vedere dall’esterno e ce lo indicano. Ci avviamo per una stradina laterale e nel retro, scorgiamo un fiume da cui si vede appunto il retro cinto da un muro non troppo lato. C’è una pace indicibile, poca gente, silenzio, il fiume, quella bellissima vista. Un barcaiolo ci offre una traversata per vedere meglio il monumento, diciamo di non a 200 rupie. Dopo un po’ salgono una coppia con una bambina e ci aggreghiamo per 50. Abbiamo fatto bene, ne valeva la pena! Dopo un lento scorrere sul fiume, approdiamo in una secca dove uno dei due barcaioli mi porta nei punti strategici per le foto. Ragazzi fanno il bagno nel fiume, si apre il cielo e il sole si riflette sull’acqua, uccelli e libellule, ci svolazzano attorno, ma più di tutto il silenzio.
La pace con lo sfondo del T.M. davvero bello. In lontananza si scorge il forte rosso, dei giardini, il black t.m., insomma un panorama bellissimo. Rientriamo dopo aver comprato per 50 rp un opuscolo con cartoline del t.m. pagando in tutto cento.
Ci incamminiamo verso la strada e contrattiamo con un riscioista per essere accompagnati al mc donald. E’ vecchio e magro, a volte non ce la fa, e deve scendere per spingere come spesso vedevamo a jaipur, mi si stringe il cuore. Il mc chiudeva alle 18: un’ora fa! Restiamo li sperando che nelle vicinanze – essendo il mc in un centro commerciale- ci sia qualcosa di aperto. Infatti è così e un uomo in divisa ci dice di entrare in quello che credevamo un cinema (anche perché fuori a caratteri cubitali e luminoso c’è scritto “cinema”…), e troviamo il paradiso di luci e negozi e tanto cibo! Siamo praticamente in eterno digiuno. Ci facciamo un giro, confrontiamo prodotti e prezzi di una decina di punti di ristoro, e scegliamo l’unico negozio al primo piano. Al secondo piano c’è un’intera parete con una decina di ristoranti diversi in gran parte vegetariani, ci indirizziamo di sotto per la pizza e gli hamburger che c’erano esposti. Cominciamo con due tranci di pizza, “2 slices” di Totò sono le ultime parole che ho sentito perché sento qualcuno che mi sposta la canottiera e fa scivolare qualche cosa nella schiena, poi fa due passi, mi guarda e aspetta la mia reazione; penso ad un grillo, qualche insetto, lo guardo è un ragazzo magro, sui 12 anni max con una camicia beige a scacchi marroni, di pelle scura ma non troppo, ha qualcuno accanto, più scuro, della stessa età, ma non dico niente: è una ragazzata. Penso tutto questo in un paio di secondi, la cosa nella schiena sembra camminare, mi sposto la maglia per farla scivolare ma resta appiccicata “Totò cosa ho nella schiena?”. Dopo 3-5 secondi dall’inizio comincia un forte bruciore misto a prurito “Totò cosa c’è dentro?”, “niente, non c’è niente”, ma il bruciore aumenta, guardo, vedo delle piccole spine, come quelle dei fichi d’india ma ambrati, una montagna, un pugno intero. Non penso più ai ragazzi che nel frattempo spariscono, brucia da morire, il movimento che faccio con la maglia per farle scivolare, serve solo a conficcarle nella pelle. Totò propone di toglierle con un fazzoletto, le ha viste, ma temo che il contatto peggiori le cose, soffia, il dolore è terribile, decido per il fazzoletto, mi metto a piangere per il dolore, ho la schiena tappezzata dal collo ai fianchi, la ferita brucia. Le pizze sono pronte. Confusione, vado in bagno per lavare via il possibile, una ragazza mi vede con gli occhi lucidi, chiede cos’ho, ma non ho idea di come si dica “Spina” in inglese, cerco di farmi capire, nel frattempo bagno la mano e cerco di lavare il collo, accorrono altre ragazze, credo capiscano, mi buttano acqua sulla schiena, una mi spalma una crema, mi gira la testa, loro sono gentilissime, Totò che non è potuto entrare nel bagno delle donne, fa capolino e mi chiede come va, esco, voglio tornare in hotel e fare una doccia. Brucia.
Tante persone mi accerchiano e chiedono, è difficile spiegare, si avvicina la sicurezza e curiosi. Totò compra un’acqua e si ritrova con due piatti di pizza, una lattina di pepsi, una bottiglia d’acqua, la mia borsa e marsupio in mano, forse anche macchina fotografica e decine di curiosi attorno.
Nel frattempo il ragazzo è sparito, un uomo della sicurezza vuole accompagnarmi dal medico, io voglio tornare in hotel, il dolore è terribile. Si avvicina quello che dovrebbe essere il direttore del centro commerciale, Totò cerca di spiegare, insistono per accompagnarmi in ospedale che è all’altro lato della strada, sono confusa. Usciamo, mi spingono in un tuc tuc dove sale Totò, il direttore, e davanti altre due persone oltre l’autista, attraversiamo la strada e siamo in ospedale. Disegno un cactus con le spine, sento la parola “pil” e credo capiscano, ma le spine non si vedono, sono davvero piccole e color carne, ambra trasparente, Totò dice che non si vedono nonostante io le sento e credo di toccarle con la mano. Il nostro inglese fa schifo, si svolge una conversazione confusa fin quando nella stanza del medico a cui Totò ha dato i miei dati, viene a prendermi una giovane infermiera, mi accompagna nella stanza accanto dove sono ricoverate 5-6 persone con relativi familiari, mi siedo su un letto plastificato con tre dita di polvere, prende una siringa, mi angoscia, ma per “fortuna” è endovena, penso ad un antistaminico, non mi capisce, poi sento la parola allergia, per cui –per quanto ne capisco- è un antistaminico. Poco prima la ragazza con dell’alcool mi ha pulito la schiena, bruciava da morire.
Dopo la lenta iniezione (infermiera bravissima ha trovato subito la vena senza laccio emostatico ed è stata delicatissima), torna il direttore del centro che spiega che il medico ha fatto delle ricette e lui stava mandando qualcuno in farmacia a comprare i farmaci. Non devo muovermi per dieci minuti, ma vedo delle spine sulla mano e vado dal medico per mostrarle. Avevano capito. Sto un po’ meglio, ma ho la testa che gira, vertigini, debolezza, ma del resto sono praticamente digiuna.
Il direttore dice che controllerà i video: la zona è interamente videosorvegliata. Arrivano i farmaci, veniamo messi su un tuc tuc di cui il direttore paga anche la corsa, all’obiezione di Totò risponde “you are my guest”. Decisamente cordiale. Dopo una prolungata doccia sto decisamente meglio, ma sono scossa e nonostante l’ora, vado subito a letto. (solo dopo essere tornata in Italia, grazie a Nadia capisco che le “spine” erano peli di tarantola. Gli indiani l’avevano capito subito)
1 settembre 2007 15
Leva alle 5.50 dopo mezza notte insonne a causa del condizionatore degli abitanti di sopra, che gocciolando sul nostro fa rimbombare in camera un forte ed odioso ticchettio.
La schiena va bene, alle 6 e pochi minuti usciamo diretti al t.m. che all’alba, con i primi raggi di sole dovrebbe assumere una colorazione dorata. C’è nebbia. Niente sole, niente doratura. Alle casse non c’è nessuno, ci aspettavamo – dopo tre giorni di chiusura- una fila pazzesca. Per entrare un po’ di gente a causa dei lenti controlli per le donne. La fila degli uomini è vuota. Il biglietto costa una cifra pazzesca: 15 euro!!! A persona. Considerando che lo stipendio base è di 80 euro al mese è davvero pazzesco. Per gli indiani 10 euro (750 rp e 500).
Il t.m. è molto più piccolo di come possa sembrare in foto e con la nebbia che lo avvolge, non è poi così seducente. All’interno poi non ha senso, è buio e piccolo. Non si possono fare foto, ma tanto non c’è niente da fotografare. Non ci sono molti visitatori, ci facciamo un giro e pensiamo più alla colazione che ci aspetta che all’opera d’arte che abbiamo davanti.
Prima di andare le nebbie si diradano e immortaliamo un po’ di scorci. Ci avviamo – ancora una volta a piedi, circa 2 km- verso l’hotel con un seguito pazzesco di risciò, tuc tuc elettrici, venditori di tutto, facciamo –finalmente- un’abbondante colazione e con Raj alle 10, ci avviamo verso il forte rosso. Il biglietto del t.m. dice che comprende la visita a 5 monumenti forte incluso, invece ci fanno lo sconto di 50 rupie facendoci pagare 250 a testa!
Siamo saturi di forti, per cui facciamo un giro veloce e ci facciamo accompagnare in hotel.
Alle 16 usciamo. Giro di negozi convenzionati, e attesissimo mc! A causa del coprifuoco i rifornimenti sono stati bloccati: niente bibite fredde, ma noi non capiamo e paghiamo 2 orrendi the caldi! 2 menù e una serie di panini a 20 rupie, solo pollo e pesce. Il tutto farcito di curry! Molto poco mc donald! Giro dei negozi e a piedi in hotel. I bambini che abitano nel marciapiede accanto ci accolgono festosi, ma non trovo caramelle per loro che salutano senza chiedere mai niente.
Saliamo in camera, ci sono quattro banane di cui una non buona; prendiamo le restanti tre, una mela, dei biscotti di benvenuto da parte dell’hotel e un pacco di biscotti nostri. Scendiamo e lì dividiamo. Sono felici e festosi, cercano di accaparrarsi più cose possibili, ma credo che quasi tutti abbiano avuto qualcosa. In ogni caso, quando finiscono i biscotti, nessuno si lamenta o chiede, sono sempre sorridenti e felici, sono stupendi, sembrano felici e sereni nella loro sfacciata povertà, senza vestiti, ne un letto, qualcuno già dorme sul marciapiede, forse niente cibo, ma le loro vocine stridule riempiono il cuore, il loro sorriso è la più grande ricchezza che si possa sperare e non è solo l’incoscienza dei piccoli, non c’è tristezza nei volti dei grandi che sono aperti e sorridenti quanto i piccoli. Vorrei capire. Domani vorremmo comprare un po’ di cibo per rievocare quell’esplosione di gioia forse non tanto per il cibo stesso quanto per la festa che per tutti ha rappresentato.
2 settembre 2007 giorno 16
Sono quasi le cinque e aspettiamo Raj davanti a pizza hut che ci ha salassati un paio di ore fa.
Stamattina abbiamo lasciato l’albergo alle 11 e siamo andati a visitare il piccolo Taj Mahal; 225 rupie per una costruzione in un prato, niente di che, i prezzi per gli stranieri sono davvero spropositati! Poi siamo andati in un giardino, altro ingresso pazzesco, per cui non siamo entrati e accostandolo abbiamo raggiunto il fiume che scorre dietro il t.m.. C’era una luce bellissima, bambini che giocavano in acqua, bufali che si rinfrescavano, uccelli, capre, libellule, davvero bello.
Siamo tornati alla macchina e non sapendo dove andare ci siamo fatti lasciare in un giardino pubblico per un paio d’ore, poi da pizza hut, Raj dice che non c’è più niente da vedere, quindi quando alle 17 viene a prenderci, ci accompagna alla stazione e va via. Il treno è alle 2030 e il posto non è dei più ospitali.
3 settembre 2007 giorno 17
Raj diceva che il treno sarebbe partito alle 20, poi, in stazione diventano 2030. Ma c’è un ritardo e il treno partirà alle 21.30, poi 21.50, poi 22.30, poi 23.30, poi non hanno più annunciato ritardi, abbiamo solo aspettato. Mai nel resto della mia vita mi ero scacciata di dosso tanti insetti, di tutte le specie, di tutte le taglie. Mai avevo visto tanto sputo tutto insieme! C’era di rassicurante però un andirivieni di uomini in divisa con un metro di fucile a spalla a testa. Inutile dire che l’attesa è stata interminabile. Il treno più pulito e meno affollato di quanto non avessi immaginato vedendo passare gli altri, ma l’insostenibile aria condizionata preannunciata da Mirella, non è comprensibile. Un gelo artico, altro che maglioni e coperte! Comunque sia, il treno che sarebbe dovuto arrivare verso le 10, ha messo rotaie a Varanasi alle 1540. L’albergo è spettacolare, di gran lusso, il solo con phon in camera, frigo e stanza ampia con finestra enorme, divano, poltrona ecc.
Un’ora di pausa e si va al Gange. Di come parla l’autista non si capisce niente, ma arriviamo al fiume e saliamo su una barca che ci porta vicino ai cadaveri che stanno bruciando; sull’acqua galleggia carbone e qualche candela accesa; vicino a dove buttano i morti ormai ridotti in cenere, un gruppo di ragazzi fa il bagno, nudi, cercando di recuperare gli orecchini rimasti salvi al fuoco e buttati in acqua fra le ceneri.
E’ quasi buio, non si vede bene e non capiamo quello che la nostra guida ci dice, ma ci ritroviamo a guardare una cerimonia dedicata a Brama e soprattutto ai turisti. Musica, canti e danze di fuoco… troppi turisti per essere suggestivo. Torniamo in albergo attraverso strade stipate di gente e bancarelle, una confusione pazzesca. Domani è il compleanno di Krishna e le bancarelle sono addobbate all’occorrenza. Prima di rincasare passiamo da mc donald che stavolta emana un gradevole odore di mc anche se di carne non c’è l’ombra (e in tema di cadaveri bruciati, oserei aggiungere “e meno male!”)!
Ci accontentiamo di un’ombra di pollo e verdure schiacciate per dare l’illusione di un hamburger.
4 settembre giorno 18
Stamattina sveglia alle 4.30, appuntamento alle 5 e corsa prima dell’alba, verso il Gange per vedere le abluzioni. Per strada gruppi di persone in processione con campane e litanie o senza, verso il fiume sacro. Le strade che ieri erano impercorribili, tipo festa d’agosto a Partinico con aggiunta di risciò, moto auto, più bancarelle, cacche, fango, tanti ma tanti venditori di frutta e tanta più gente, quelle stesse strade, fortunatamente, stamattina erano quasi deserte. Arriviamo al fiume che è ancora buio, con videocamera che annuncia sciopero per umidità e tergicristallo manuale per Cara che sembra lo specchio di un bagno a dicembre dopo due ore di doccia a 90 gradi. Ovviamente si boccheggia fra la rada nebbiolina e gente che dorme a terra come la famiglia del bambino completamente nudo di circa una anno, che stamattina zampettava solo sul marciapiede. In riva al fiume non c’è molta gente e pochissimi svegli. Saliamo su una barca con due vogatori che cominciano ad allazzare. La videocamera continua a sputare le cassette, sempre disgustata dall’umidità, il sole non è ancora sorto e sia per la luce, sia per l’appannamento della lente, sia per il veloce slittamento del paesaggio, non riesco a fare una foto decente. La gente che s’immerge nel fiume sacro, non è diversa da quella che in diverse occasioni abbiamo visto lavarsi nei vari fiumi incontrati per strada, anzi, devo dire che a Pushkar era molto più suggestivo e coreografico… lì c’erano canti, movimenti coordinati, si intuiva un rito in ogni gesto, qui, solo gente che si lava e lava i propri vestiti, a parte qualche caso isolato.
Correndo andiamo al più piccolo dei due crematori, sembra tutto spento… la videocamera però comincia a funzionare, il cielo comincia a illuminarsi e i barcaioli rallentano. Anche troppo. Andiamo al crematorio più grande, una montagna di legna, un paio di fuochi accesi, ma nessuna traccia di morti, del resto, chi si farebbe cremare alle 6 del mattino? Morto per morto, tanto vale farsi una bella dormita. Nel frattempo un po’ di gente s’è svegliata, e quando scendiamo dalla barca, ci aspetta una folla di mendicanti, abitanti della riva del fiume e ci avviamo per strette stradine in procinto di essere smondezzate, verso il tempio d’oro. Visita velocissima dopo aver lasciato in custodia di un commerciante tutti i beni e aver passato il metaldetector e ben due palpazioni: il tempio induista con una cupola placcata d’oro, sorge, separato “solo” da un’inferriata di circa 6 metri. Accanto ad una moschea, e a quanto pare i due culti non amano coesistere, così, ci troviamo in quello che dovrebbe essere un luogo sacro, circondati da divise e fucili e tenuti sott’occhio tipo criminali. Usciamo presto, giusto il tempo di vedere dall’esterno la cupola: la nostra guida sembra preferire una bella zappata o un lavoro in miniera! Ci accompagna da due giorni ed è più scazzato di Totò! Torniamo in macchina e la nostra splendida guida, o meglio, autista, cerca di farci capire che andremo a Sarnat, ma né io né il mio consorte, per quanto familiare ci sia il nome, riusciamo a capire di cosa si tratta.
Sembra essere il posto in cui Budda fece la prima predica da illuminato.
Qualche cumulo di pietre rosse, un cilindrone di mattoni: 200 rupie che si potevano investire diversamente. Fuori assaliti da venditori e mendicanti, in attesa che – alle 10- apra il museo adiacente il sito. Ingresso solo 2 rp a testa, incredibile, ma alla biglietteria non hanno il resto di 20. Dopo varie peripezie scambiamo e ne vale la pena, credo che abbiamo saggiamente portato li tutti i ritrovamenti avvenuti nel sito, ma sarebbe stato più logico invertire i costi d’ingresso, anche perché il sito si vede anche dal parco adiacente. Per quello che c’è da vedere. Prendo un bidone con una graziosa scultura di Budda che NON è di marmo e andiamo.
Un paio di altri templi e relax in hotel. Quando alle 13 vengono a prenderci diluvia. L’aeroporto è piccolo ma l’aereo bellissimo. Abbiamo anche mangiato pollo! Stiamo atterrando a Delhi.
Ci ha accolto un ragazzo simpaticissimo Sangiuenmar che per i primi 20 minuti non ha proferito parola. Ci ha accompagnati al sing song che dopo 18 giorni ci è sembrato quasi carino, e siamo stati in giro per Nuova Delhi. Un altro mondo. Praticamente una città europea, con gente vestita come gli occidentali, parchi, metrò, negozi carissimi ecc.
5 settembre DELHI giorno 19
Appuntamento alle 9 dopo la prevista pessima colazione al sing song. Sangiuenmar è puntualissimo. Dove andiamo? A Brillamendir. Cos’è? Silenzio per mezz’ora. E’ di poche parole il tipo, forse insicuro del suo inglese, forse non capisce niente. Arriviamo a destinazione, posiamo video e fotocamera e scarpe e passiamo un metaldetector senza ancora aver capito cosa stiamo per visitare. Sembra un tempio. Struttura nuova o ben restaurata, enorme, bordeaux e gialla. Nella sala principale due statue che per quanto ne abbiamo capito dovrebbero essere Shiva e Parvati, sua moglie. Bei dipinti, belle le sale laterali. Usciamo e da un altro cancello entriamo nel giardino con strane sculture di animali, molto curato, piacevole, siamo contenti, ritorniamo in auto. E ora? Kutumminar. Cos’è? Boh? Non riusciamo a dialogare con Iachino e decidiamo di desistere, facciamo un bel po’ di strada ed entriamo in un posteggio, disorientati troviamo l’ingresso. 500 rupie, non siamo contenti, ma quando entriamo ci ricrediamo: ne vale veramente la pena. E’ una zona archeologica con edifici e strutture che devono essere state davvero splendide! Spicca su tutte un minareto di una settantina di metri, scolpito, davvero bello, intatto. Moschee, verdi prati curatissimi dove non mancano gli onnipresenti scoiattoli; un caldo pazzesco. Questa è la prima vera giornata di sole serio. All’ingresso c’è anche un enorme cilindro che sembra un pandoro e non ho idea del motivo per cui è stato fatto. Ritorniamo in macchina, non chiediamo nemmeno dove stiamo andando, certi che comunque non capiremmo, ma subito da lontano, comprendiamo che ci aspetta il tempio del loto. Dalla cura degli straordinari giardini, mettiamo tristi mani al portafoglio e restiamo stupiti nel vedere che non si paga l’ingresso. I giardini sono enormi, il sole rende i colori brillanti e particolarmente suggestivi, ma ad un certo punto bisogna levare le scarpe (custodite gratuitamente!), e la pietra rossa del lastricato ricorda quelle dei forni da pollo o da pizza ma non per il colore!
Siccome sono furbi e organizzati, hanno predisposto un tappeto che non tiene il calore come il pavimento. Ma quasi. Inoltre il tappeto, graffia i piedi sapientemente ustionati, è terribile, corro verso l’ombra e una simpatica signorina mi inviata a rientrare nella fila, spiego che il sole è troppo caldo e mi bruciano i piedi, stupita dice “ma c’è il tappeto”.
Il tempio è davvero bello sia fuori nella sua bianca e luminosa maestosità che dentro nella sua matematica semplicità. Silenzioso, ordinato, pulito e profumato, davvero fuori dagli standard.
La sua grandezza allarga l’anima e gli orizzonti, la sua purezza e semplicità trasmettono pace. I colori che lo circondano ispirano al sorriso e gli immensi prati a camminare, a fare.
Nella via del ritorno, noi esseri strani, siamo invitati da un gruppo maschile a fare una foto con strette di mano e ringraziamenti. Già a kutumminar era successo.
Torniamo in macchina e Iachino ci dice che siamo diretti ad una tomba: Umaiù tomb. Dall’ingresso semplice e i 500 pezzi che dobbiamo pagare (contro 20 a testa, se non sbaglio per i locali) non siamo entusiasti. C’è una moschea, delle porte, giardini… la cosa bella è che nascoste dalle porte si aprono degli spazi inimmaginabili, con bellissime costruzioni e la tomba che è meravigliosa e di “tomba” per come noi la concepiamo ha molto poco, basti pensare che il Taj Mahal è una tomba. Siamo molto contenti del giro e ci chiediamo cosa avremmo visto ad Agra se non fossimo stati accompagnati da quel pigrone di Raj! Come spesso capita, gli alberi e i cieli sono tempestati di bellissimi falchi, a decine; i pappagallini sono dappertutto, corvi, cornacchie, upupe e tantissimi uccelli che non conosciamo, tra cui il misterioso uccello miao! Stanchi e accaldati speriamo che il giro sia finito, ma lì vicino c’è il Lodhi garden e in onore di Terzani che abitando lì vicino, ogni mattino ci andava a correre, ieri avevamo chiesto di vederlo. Si è appena messo a diluviare, ma siamo già nel parcheggio e fortuna che sembra spiovere.
Se avessimo pagato l’ingresso, avremmo fatto un sacco di foto, ma è gratis e facciamo un giro veloce, anche perché è davvero grande.. Visitiamo la zona dei bonsai, poco curata, ma con piante veramente splendide; guardiamo solo da fuori delle belle costruzioni che sembrano templi, tanti, tanti uccelli e fra una vegetazione fittissima e decine di persone che se ne prendono cura, corriamo via. E la volta dell’India gate. Una specie di arco di trionfo supersorvegliato, niente di che, maestoso, per carità, ma molto più affascinante della megacostruzione, i ragazzini che nudi o quasi nudi, facevano il bagno nel fontanone adiacente, fra spruzzi d’acqua, danze e risate. Col caldo assassino che c’era, li ho invidiati tantissimo. C’è un brulicare di venditori tutt’attorno.
La tomba di Gandhi semplice, curata, con una fiamma probabilmente sempre accesa, all’interno di un giardino bellissimo è davvero enorme, con fontane, laghetti, viali, è la tappa successiva. Un gran gruppo di indiani attacca bottone e foto e domande e complimenti forse è il sole o forse è Delhi. Siamo stanchi morti, sono le tre passate e abbiamo camminato sotto il sole per almeno sei ore, quasi digiuni.
Sangiuenmar ci vuole portare alla moschea di nonsochè e al forte rosso! Ma siamo davvero saturi e di forti e di moschee ne abbiamo davvero abbastanza, quindi decliniamo, forse ci rimane un po’ male, ma preferiamo Mc Donald. Due te, patatine, un filetto di pesce e quattro mc cicken ci fanno stare meglio, ci facciamo accompagnare in albergo anche per dare un po’ di tregua a lui che all’1 dovrà accompagnarci all’aeroporto, credo non abbia mangiato, sono le 18 e probabilmente stanotte, non dormendo, dovrà cominciare il nuovo tour!


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